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Piero Mella

 

Il processo di cognizione

 S O M M A R I O
La catena pensiero-azione
I processi di apprendimento
La conoscenza come descrizione e definizione del mondo
Le tre vie della conoscenza
Definizione tecnica significativa
Denominazione e linguaggi
Le leggi scientifiche quali definizioni di regolarità del mondo
Le teorie scientifiche quali modelli congetturali del mondo
Verità e falsità di teorie
Il giudizio e i suoi fattori determinanti
Tipologie di giudizio
Il processo del giudizio sulle azioni e sui comportamenti
Vantaggi e svantaggi come parametro di giudizio
La "ruota sociale"
Il problema della libertà di un sistema decisore
Libertà e sistemi organizzati
Libertà nei sistemi combinatori
Il problema della razionalità di un sistema decisore

La catena pensiero-azione

L'uomo è il sistema autopoietico cognitivo cosciente e intelligente più flessibile finora conosciuto.

Sia come singolo, sia inserito in organizzazioni, sviluppa un pensiero intelligente che si manifesta tramite l'azione e, in particolare, attraverso il comportamento comunicativo linguistico (verbale e non verbale) per trasmettere, volontariamente o involontariamente, le rappresentazioni che formano i contenuti di pensiero.

Le capacità cognitive e comunicative sono ampliate dall'accoppiamento strutturale con sistemi tecnici e, soprattutto, informatici.

La vita dell'uomo durante la veglia appare, pertanto, come una catena ininterrotta di pensiero e di azione (figura 1). 

Figura 1 – La catena pensiero-azione

L'uomo, singolo od organizzato, riceve stimoli dall'ambiente che identifica come il mondo; la porzione di mondo percepito rappresenta la realtà osservabile.

Nei confronti della realtà l'uomo può sviluppare tre tipici processi:

1. contemplativi, tramite i quali si perseguono finalità estatiche ed estetiche;

2. cognitivi, per arrivare a formare la conoscenza necessaria per la teleonomia e l'autopoiesi;

3. operativi, per agire nel mondo con decisioni e comportamenti.

I processi cognitivi fondamentali (figura 2) per arrivare alla conoscenza possono ridursi a tre:

1) capire (comprendere, avere chiaro, intendere, afferrare mentalmente, penetrare con la mente, includere in un quadro, intelligere, ecc.), cioè derivare, dagli stimoli percepiti, modelli coerenti e dotati di senso della realtà e del mondo (rappresentazioni, immagini, schemi, mappe, sistemi, ecc.);

2) spiegare (derivare, dedurre, chiarire, collegare, interpretare, ecc.), cioè derivare modelli da altri modelli;

3) imparare (apprendere, sapere, conoscere, possedere mentalmente, ecc.), cioè saper ripetere o utilizzare i modelli che si sono costruiti per comprendere.

La conoscenza è il sistema dei modelli coerenti e dotati di senso che abbiamo capito ed imparato.

Un modello può definirsi coerente - e dotato di senso - se si collega con altre conoscenze sul mondo (altri modelli) in modo da lasciarci soddisfatti (senza il dubbio, senza alcun punto interrogativo), al più suscitando la nostra curiosità.

I modelli che sappiamo utilizzare, tra loro collegati, formano un sistema di modelli, cioè un sapere (una cultura).

Il processo di conoscenza (il conoscere) è formazione e continua modificazione del sistema dei modelli che formano il sapere. La conoscenza è cumulativa e dinamica.

A seconda della consapevolezza della conoscenza, possiamo distinguere tra:

  • conoscenza esplicita (cosciente): è formata da tutti i modelli che applichiamo consapevolmente per osservare o per agire; può distinguersi, ulteriormente, in:
    • conoscenza memorizzata: è formata dai modelli che utilizziamo in quanto memorizzati; comprende le descrizioni, i concetti e le procedure abitualmente applicati (conoscenza presente) o ricostituibili dalla memoria quando necessari (conoscenza latente),
    • conoscenza archiviata: è formata da tutti i modelli che sono archiviati su supporti che possiamo utilizzare all'occorrenza,
  • conoscenza tacita (non consapevole): è formata da tutti i modelli mentali e da tutti i programmi, operativi ed applicativi, che abbiamo accumulato e che condizionano le nostre osservazioni o le nostre esperienze senza che ne siamo consapevoli.

Dal modello di figura 2 si osserva che i processi di comprensione e di apprendimento dipendono anche dalla conoscenza tacita che la nostra esperienza non sempre è in grado di modificare.

 

Figura 2 - Il processo di cognizione

Un sistema cognitivo cosciente si accoppia con l'ambiente attraverso un sistema di informazioni elaborate, aggiornate e valutate che possiamo definire rappresentazione del mondo esterno.

Un sistema cognitivo intelligente è autocosciente se riesce ad includere la rappresentazione di sé nelle proprie rappresentazioni del mondo.

Quando un sistema cognitivo è in grado di associare un segno a dati comportamenti - e di associare a date coordinazioni comportamentali una prefissata coordinazione di segni - così che utilizza il segno - o la coordinazione di segni - per descrivere ciò che a lui, come osservatore, appare essere il significato di quei comportamenti osservati, allora il sistema cognitivo attua un accoppiamento semantico tra segni e comportamenti.

I successivi comportamenti del sistema cognitivo intelligente possono non accoppiarsi solo a comportamenti di altri sistemi, ma a segni a loro volta accoppiabili a comportamenti.

Un dominio di comportamenti coordinati associati a termini semantici, dotati di significato, costituisce un dominio comunicativo linguistico.

 

I processi di apprendimento

I processi di comprensione e di spiegazione - quindi di apprendimento (learning) - possono derivare da:

a) osservazione (learning by observing), cioè dall'attività speculativa, che opera costruendo modelli simbolici (linguistici, matematici, grafici, ecc.) per descrivere o spiegare il mondo;

b) esperienza (learning by doing), cioè attingendo dai risultati dell'azione (giudizio, decisione, azione e controllo) informazioni di ritorno (feedback) sui successi e sugli insuccessi, per attuare nuove azioni.

Nell'apprendimento osservativo interviene prevalentemente il pensiero; la conoscenza già acquisita indirizza gli organi recettori verso nuovi stimoli. Esso può assumere due forme:

a.1) osservazione diretta (learning by thinking), o per presenza: si osserva il mondo e si ricercano le informazioni necessarie per la comprensione; è guidata dalla curiosità; si sviluppa mediante la ricerca,

a.2) osservazione indiretta (learning by studying), o per comunicazione: si apprende la conoscenza altrui; è guidata dall'educazione; si sviluppa mediante il dialogo e lo studio.

Nell'apprendimento esperienziale interviene anche l'azione che può derivare da cause (ostacoli, problemi, anomalie) o da obiettivi (fini, mete, traguardi) che il soggetto si pone.

In ogni caso, l'azione consapevole appare come l'esecuzione di decisioni: la conoscenza già acquisita consente di esprimere valutazioni per scegliere l'alternativa giudicata migliore (decisione) per modificare il mondo al fine di conseguire gli obiettivi di esistenza (decision making) o di eliminare gli ostacoli al loro conseguimento (problem solving).

Anche l'apprendimento esperienziale può manifestarsi in due forme:

b.1) esperienza diretta, o per comportamento diretto (learning by acting): si apprende "facendo" ed osservando gli effetti del comportamento nel (sul) mondo reale;

b.2) esperienza indiretta, o per strumenti (learning by simulating): si apprende l'uso di simulatori (modelli, strumenti o procedure) che possono essere utilizzati per simulare un'azione sul mondo reale.

La conoscenza è acquisita quando si può dimostrare di sapere:

  • con il dialogo (saper ripetere), che dimostra la conoscenza speculativa,
  • con il fare (saper applicare), che dimostra la conoscenza operativa.

 

La conoscenza come descrizione e definizione del mondo

La conoscenza è costruzione di modelli coerenti e dotati di senso, cioè di descrizioni che non siano in contraddizione con altre conoscenze e che possano essere messe in corrispondenza con il mondo (secondo schemi condivisi nell'ambito di una comunità), sia esso reale o solo immaginato (di pensiero).

Descrivere un dato oggetto (materiale o immateriale, singolo o insieme o sistema, fenomeno, avvenimento, atto, operazione, processo, ecc.) o una data porzione di realtà (intesa nel senso più ampio) significa individuare - o scegliere - un conveniente numero di variabili - o dimensioni osservative - e, per ciascuna, specificare lo stato assunto da quella variabile nell'oggetto da descrivere.

Ogni oggetto corrisponde ad una descrizione per un dato soggetto; questa è sempre relativa, in quanto dipende dal numero delle dimensioni considerate e dalla precisione nella specificazione del loro stato, con qualche processo di determinazione qualitativa o quantitativa.

Le descrizioni possono essere:

a) puntuali, se riguardano un singolo oggetto, oppure generali, se riguardano le dimensioni comuni agli oggetti di un dato insieme;

b) statiche, se le variabili sono osservate nell'istante, o indipendentemente dalla variabile tempora-le, oppure dinamiche, se interessa anche la variazione dello stato delle variabili nel tempo.

Indicando con A un oggetto, con U(N) = [D1, D2, … , Dn, … , DN] lo spazio formato dal vettore delle N dimensioni prescelte per la descrizione (universo osservativo) e con dn(A) lo stato assunto da Dn, nell'oggetto A, la descrizione statica di A può assumere la struttura:

 [des A] = [d1(A), d2(A), … , dn(A), … , dN(A)] [1-a]

 Essa può essere puntuale se A è oggetto singolo, oppure generale se A è un insieme.

La descrizione puntuale dinamica, con riferimento ad un periodo T, può assumere la struttura:

 [des A(t)] = [d1(A,t), d2(A,t), … , dn(A,t), … , dN(A,t)], tÎT. [1-b]

Le [1] sono descrizioni tecniche; possono essere tradotte in descrizioni linguistiche con l'impiego di un prescelto linguaggio.

Al processo di descrizione si affianca quello di definizione, con il quale si perviene alla formazione dei concetti.

Una definizione è una particolare descrizione generale costitutiva che specifica i limiti di variabilità delle descrizioni puntuali di oggetti, affinché questi possano essere considerati analoghi, cioè appartenenti tutti ad uno stesso insieme aperto che risulta costituito dalla definizione (genere, o specie, o tipo, o classe, ecc.).

Il processo di definizione implica, pertanto, una generalizzazione analogica, tramite la quale si prescinde dalle differenze riscontrabili in diverse descrizioni puntuali di oggetti per "ritenere" le analogie e formare una classe generale di oggetti; ogni descrizione puntuale può essere, allora, considerata come caso particolare, come esempio, di una definizione.

Indicando con U(N) l'universo osservativo prescelto per la definizione e con Ddn(O*) l'ambito di variazione ammissibile degli stati dimensionali, affinché un oggetto O possa rientrare nel concetto O* (oggetto generale, astrazione, idea, generalizzazione, immagine, ecc.), la definizione (tecnica) di O* assume la struttura:

 [def O*] = [Dd1(O*), Dd2(O*), … , Ddn(O*), … , DdN(O*)] Ì U(N). [2]

Diremo allora che l'oggetto O rientra nel concetto (di) O* se [des O] Í [def O*].

La definizione può essere formulata con due processi:

  • denotativo o estensivo: si identificano gli oggetti (le descrizioni) che possano essere indicati dalla (incluse nella) definizione (denotazione o estensione);
  • connotativo o intensivo: si identificano le dimensioni e gli ambiti di variazione entro i quali devono essere compresi gli stati riscontrati negli oggetti (nelle loro descrizioni) affinché possano essere indicati dalla definizione (connotazione o intensione). La [2] è definizione connotativa.

 

Le tre vie della conoscenza

Sulla base delle precedenti definizioni, possiamo ipotizzare che il processo cognitivo, sia a livello inconscio, sia a livello conscio, comprenda tre momenti (figura 3):

1 - distinzione: mediante i processi mentali della percezione e del confronto di differenze, con l'impiego della memoria costitutiva, si formano le descrizioni di oggetti, distinguendoli dallo sfondo; è soggettiva, in quanto dipende dalla conoscenza già acquisita, e relativa, in quanto dipende dagli strumenti tecnici di osservazione;

2 - conoscimento: dopo avere osservato diversi oggetti, mediante astrazione analogica si pone la [def O*], cioè si individua nello spazio pluridimensionale, definito dall'universo osservativo, una zona corrispondente alla [def O*];

3 - riconoscimento: in presenza di un oggetto O, si attua la [des O] e si individua in quale [def O*] sia compresa [des O]. L'oggetto O si pone allora come un punto di [def O*].

Se il riconoscimento ha successo, si conosce l'oggetto O come appartenente al concetto O*. In caso contrario si individua una nuova [def O*].

Il processo di apprendimento è la base dal conoscimento; con l'esperienza si formano le [def O*] di vari oggetti, mediante un processo analogico applicato - a volte inconsciamente - a varie descrizioni tecniche; spesso le prime [def O*] coincidono con una [des O].

La "conoscenza" si sviluppa in un continuo ciclo di "distinzioni", di "conoscimenti" e di "riconoscimenti"che forma il pensiero.

 

 Figura 3 - Universi osservativi, definizioni e descrizioni

Nella figura 3 gli assi rappresentano un universo osservativo composto da due sole dimensioni: U(2) = [D1, D2]. L'area individuata dai segmenti di tali dimensioni, che sono conoscibili dall'osservatore con gli strumenti disponibili, rappresenta l'universo osservabile: UO(2) = [DD1, DD2].

Ogni punto di UO(2) rappresenta la descrizione tecnica di un oggetto osservabile.

Le aree denominate A*, B*, ecc, rappresentano definizioni tecniche.

Un oggetto X è A* se [desX] Ì [defA*]; è B* se [desX] Ì [defB*], ecc..

La superficie di UO(2) occupata dalle definizioni tecniche forma l'universo conosciuto; l'insieme dei punti corrispondenti ad oggetti inclusi nell'universo conosciuto forma l'universo osservato.

Se [desX] non appartiene ad alcuna delle definizioni poste in UO(2), allora si crea una nuova definizione rappresentata dal solo punto indicante l'oggetto.

La conoscenza è aumentata perché l'universo conosciuto si è arricchito della nuova definizione.

Per esemplificare, supponiamo di scrutare il cielo con la moderna tecnologia e di distinguere "qualcosa di nuovo"; indichiamo con X il "nuovo oggetto" del quale dobbiamo attuare il riconoscimento; come si sviluppa il processo conoscitivo?

Quale primo passo cerchiamo di comporre la [desX], impiegando le dimensioni che normalmente caratterizzano i corpi celesti noti; in un secondo tempo, ricerchiamo se esista una definizione tecnica, già posta in precedenza, nell'ambito della quale riconoscere l'oggetto X come analogo ad altri già osservati.

Se la ricerca ha esito positivo, la conoscenza è acquisita e possiamo concludere: "poiché l'oggetto X presenta questi e questi altri stati dimensionali, possiamo concludere che si tratta di un «pulsar»". Se la ricerca della definizione tecnica non ha esito favorevole, nel senso che X rimane ancora un "oggetto misterioso", si può creare una definizione tecnica nuova e concludere: "in quella zona di cielo è stato per la prima volta osservato un «nuovo» oggetto celeste che presenta questi e questi altri stati dimensionali; poiché non risulta analogo ad alcuno degli oggetti celesti fino ad ora conosciuti (definiti), il nuovo oggetto celeste (e gli altri che dovessero presentare analoghe caratteristiche o stati dimensionali) viene denominato «MC12»". La nuova definizione tecnica (che in questo caso coincide con una sola descrizione tecnica) ha aggiunto un ulteriore elemento all'universo definito e ha aumentato le nostre capacità di conoscimento e di riconoscimento.

 

Definizione tecnica significativa

Nella formulazione delle descrizioni o della definizioni, molte dimensioni dell'universo osservativo possono, o devono, essere trascurate, perché la loro inclusione renderebbe il processo descrittivo e definitorio così complesso e ridondante da non risultare efficiente.

Per questo, nel processo di conoscenza si cerca di ridurre al minimo il numero delle dimensioni considerate nell'attività descrittiva e definitoria per arrivare a conformare descrizioni e definizioni minimali, che denomineremo "descrizioni e definizioni significative" (o concetti di base).

Molte descrizioni e definizioni significative comprendono addirittura una sola dimensione ritenuta particolarmente rappresentativa; le denominiamo elementari. Ricordiamo le seguenti, espresse, per semplicità, in forma linguistica (la tipologia vale anche per le descrizioni):

a) definizione ostensiva: lascia all'osservatore la formazione dell'analogia indicando, semplicemente, alcuni esempi dell'oggetto dell'astrazione analogica ("cos'è una formica?"; "ogni insetto simile a quelli che vedi sul selciato!");

b) definizione estensiva: elenca "tutti" gli oggetti (estensione) che devono essere ricompresi nella definizione ("cos'è un sisar?"; "ogni oggetto stellare elencato a pag. 22 dell'Atlante del cielo");

c) definizione genetica: evidenzia l'origine degli oggetti da ricomprendere nella definizione ("italiano è ogni individuo nato da genitori italiani");

d) definizione storico-geografica: considera il luogo e il tempo in cui possono essere osservati gli oggetti ("asteriano è ogni persona vissuta in quel luogo in quel secolo");

e) definizione strutturale: pone in evidenza la struttura degli oggetti definendi ("mano è un arto composto dai seguenti elementi …");

f) definizione modale: indica la composizione degli oggetti ricompresi nella definizione (materiali, colore, forma, ecc.);

g) definizione funzionale: pone in evidenza la funzione degli oggetti rientranti nella definizione;

h) definizione strumentale: pone in luce le possibilità di impiego degli oggetti definendi;

i) definizione teleologica: considera gli obiettivi degli oggetti di osservazione;

l) definizione operativa: specifica le operazioni necessarie per individuare o riconoscere gli oggetti di osservazione rientranti nella definizione. Le definizioni operative sono particolarmente efficaci per definire oggetti astratti, od oggetti compositi.

Le definizioni significative comunemente utilizzate nella conoscenza derivano da combinazioni di un numero limitato di tipi precedenti.

 

Denominazione e linguaggi

La denominazione è il processo con il quale si assegna un nome ad un oggetto o ad un insieme di oggetti.

La denominazione propria fa corrispondere un segno ad una descrizione puntuale e quel segno diventa il nome proprio dell'oggetto descritto, l'unico che possa essere denotato da quella descri-zione.

La denominazione comune fa corrispondere un segno ad una definizione; quel segno diventa il nome comune di tutti gli oggetti denotabili con quella definizione.

L'insieme di tutti gli oggetti denotabili da un segno diventa il significato del segno:

Significato del segno [S denotante O] = [des O],

Significato del segno [S denotante O*] = [def O*].

Il significato è convenzionale nell'ambito di un gruppo (o contesto sociale) ed è riferito, non agli oggetti indicati, bensì ai segni indicatori.

L'insieme di tutti i segni che hanno lo stesso significato è il significante del segno e corrisponde alla definizione tecnica del segno:

Significante del segno [S] = [def S*].

La corrispondenza (che denotiamo con &) del significante con il significato rappresenta un sema.

Sema = [def S*] & [def O*].

La convenzione adottata da una collettività per realizzare tale corrispondenza è il codice semico.

Denominiamo linguaggio un sistema di semi intenzionali, codificato da una collettività, tramite il quale un soggetto può tentare una comunicazione linguistica di qualsivoglia contenuto di pensiero con altri sistemi cognitivi.

Si definisce semema di un segno l'insieme di tutti gli interpretanti del significato del segno in quel linguaggio:

Semema di S = interpretanti di [def O*].

Funzione fondamentale dei linguaggi, qualunque forma essi assumano (scritta, parlata, gestuale, mimica, rituale, iconica e così via), è, pertanto, quella di consentire la comunicazione tra soggetti.

Ogni linguaggio è caratterizzato da un vocabolario, da una sintassi e da una prassi che è necessario conoscere per il corretto utilizzo a fini comunicativi.

I contenuti di pensiero passibili di comunicazione sono:

a) i giudizi espressivi, intesi anche come espressione di valutazioni, come estrinsecazione di im-pressioni, come indicazioni di bontà, di bellezza, di stupore e così via;

b) gli ordini, intesi come manifestazioni di volontà rivolta ad un soggetto al quale si vuole fare tenere un dato comportamento;

c) le interrogazioni, che si estrinsecano in richieste di contenuti di pensiero, di risposte;

d) le informazioni, ovvero particolari dati utili per lo svolgimento di operazioni o di attività;

e) le descrizioni, cioè i risultati delle osservazioni di oggetti e di porzioni della realtà;

f) le argomentazioni, tramite le quali si vuole convincere il ricevente sulla verità di date dichiara-zioni (informazioni o descrizioni).

La semiologia è la scienza che studia il comportamento umano nell'attribuzione dei semi.

Il segno "cane" può indicare differenti concreti animali che la mente riconosce come "cane": ["Fido", "Buck", "Puffo", "Palla", "Black", "Sansone", ecc.] (ho utilizzato i nomi propri degli animali riconosciuti; essi appartengono al significato denotativo).

["Fido", "Buck", "Puffo", "Palla", "Black", "Sansone", ecc.] = significato del segno cane.

Lo stesso significato può essere evocato anche dai segni:

[cane, cane, cane, CANE, cane, CANE, cane, CANE, CaNe, C a n e, C A N E, C A N E, C a n E, ecc.] = significante del segno cane.

["Il mio migliore amico", "il fido guardiano della casa", "il più intelligente degli animali domestici", insieme con altre espressioni in grado di designare un cane] = semema del segno cane.

 

Le leggi scientifiche quali definizioni di regolarità del mondo

L'osservazione ripetuta di regolarità di varia specie, tra eventi, fenomeni e oggetti, o loro stati dimensionali, pur nel vario comporsi di condizioni osservative differenti, porta l'uomo osservatore alla legalizzazione, cioè all'astrazione analogica generalizzante che ha come risultato la definizione di quelle regolarità come leggi empiriche, che costituiscono modelli di conoscenza validi per tutti gli oggetti osservati.

Una legge empirica (o norma, o generalizzazione) si definisce scientifica se:

  • si presenta come un enunciato della specie seguente: "Tutte le volte che succede «questo» accade «quello»" (varianti: se A allora B, sempre; (x) (y) [Px ®P'y]; ogni volta che A, allora B, sempre; per tutti gli A,si osserva B, sempre; A®B, sempre; se nonA, allora nonB, sempre; non vi è B se non vi è A, ecc.);
  • ha contenuto empirico; senza contenuto empirico, possono al più essere leggi formali;
  • statuisce relazioni tra oggetti appartenenti ad insiemi aperti definiti connotativamente, la cui estensione non sia finita od interamente nota; vale, quindi, non solo per gli oggetti osservati, ma per tutti gli oggetti che presentano i connotati che definiscono l'insieme, anche se non ancora osservati;
  • la relazione non deve derivare da convenzioni o dall'applicazione di procedure;
  • deve essere verificabile o falsificabile, cioè confermata da casi favorevoli, o esempi positivi, oppure confutata da casi sfavorevoli, o prove contrarie;
  • deve essere coerente con altre leggi scientifiche accettate e deve consentire deduzioni quando inserita in argomentazioni deduttive.

Le leggi scientifiche possono essere di specie diversa; ricordiamo le seguenti:

1) leggi di variazione: evidenziano le variazioni degli stati di un fenomeno in relazione al tempo ("ogni corpo, sulla terra, subisce un'attrazione gravitazionale che imprime un'accelerazione di 9,8 m. sec. per sec., a meno di una costante k");

2) leggi di covariazione: interrelano le variazioni di stati dimensionali osservati in oggetti apparte-nenti allo stesso insieme ("la larghezza delle ali delle farfalle è in rapporto alla lunghezza delle antenne, secondo il coefficiente x");

3) leggi di correlazione: pongono in rapporto gli stati dimensionali di una stessa dimensione osser-vata in oggetti di insiemi differenti ("il peso del cervello nell'uomo è h volte quello del delfino");

4) leggi tassonomiche: stabiliscono le relazioni tra più intervalli di stato dimensionale di oggetti di uno o più insiemi distinti; stabiliscono perciò un ordine, classificando gli oggetti dell'universo osservato (possono essere una derivazione delle leggi sub 2) e sub 3));

5) leggi causali: pongono in evidenza la "causa" del prodursi di dati stati dimensionali ("la caratte-ristica C del fenotipo è causata dalla caratteristica H del genotipo");

6) leggi funzionali: dimostrano le relazioni esistenti tra le variazioni di una dimensione (variabile dipendente) e quelle di altre dimensioni (variabili indipendenti), senza che tra le variazioni della prima e quelle delle seconde possa individuarsi un rapporto causale ("la velocità di un corpo che si muove spinto da un motore in un fluido dipende dalla potenza del motore, secondo il fattore P, dalla forma del corpo, secondo il fattore F, e dalla densità del fluido, secondo il fattore D");

7) leggi olistiche o sistemiche: pongono in relazione la dinamica (in senso lato) di un elemento di una struttura a quella degli altri elementi di quella stessa struttura; esse hanno la proprietà di analizzare l'interdipendenza tra variabili caratterizzanti i processi un sistema ("il numero di conigli selvatici dipende dal numero di aquile predatrici, ma il numero di aquile predatrici dipende da quello dei conigli selvatici di cui si cibano"; "la domanda di prodotti dipende dalle disponibilità di redditi che le famiglie possono "spendere" per gli acquisti; i redditi dipendono dal numero di occupati nelle attività produttive; il numero di occupati dipende dalle esigenze della produzione; tali esigenze dipendono ... dalla domanda di prodotti");

8) leggi probabilistiche o stocastiche: indicano la probabilità del manifestarsi di stati dimensionali con riferimento non ad individui, ma ad insiemi, o collettività, di individui ("in una popolazione di conigli nutrita con lattuga, le cucciolate quintuple saranno circa 7 su 10; ovvero, la probabilità di parti quintupli è del 70%");

9) leggi teleologiche o, in generale, intenzionali: sono poste normalmente nell'osservazione di fenomeni biologici; correlano gli stati di qualche oggetto osservabile a supposti "obiettivi" o "fini" - o, in generale, ad intenzioni - di qualche soggetto biologico ("gli uccelli fanno il nido per proteg-gere la prole"; "gli individui partecipano alla produzione per ottenere il soddisfacimento di finalità economiche"; ecc.).

 

Le teorie scientifiche quali modelli congetturali del mondo

L'uomo osservatore, individuate regolarità e leggi su un dato universo osservato, cerca poi di comprendere la ragione della loro esistenza.

Enuncia allora teorie, cioè ipotesi o congetture (sistemi di ipotesi), che potrebbero giustificare le regolarità affermate.

Le teorie (quanto le leggi singole) possono essere interpretate quali modelli ipotetici formali dell'u-niverso osservato, posti dall'uomo per descrivere compiutamente quell'universo.

Le teorie, in quanto ipotesi esplicative, non solo devono contribuire a spiegare i fatti osservati, ma devono anche consentire previsioni su fatti osservabili.

Un teoria, in ogni caso, in quanto modello congetturale, non può mai definirsi vera ma, al più, verosimile; può, inversamente, essere considerata falsa qualora non spieghi i fatti osservabili o previsti, al di là di ogni ragionevole dubbio e deve, per questo, essere sostituita da un'altra.

Una teoria scientifica, in particolare, deve essere confermabile o falsificabile. Ad ogni conferma aumenta la fiducia nella sua verosimiglianza (corroborazione); una falsificazione, oltre ogni ragio-nevole dubbio, la confuta irreversibilmente.

La conoscenza - e la conoscenza scientifica, in particolare - procede per conferme e falsificazioni.

Una teoria non falsificabile con qualche strumento di prova, diventa un dogma e non può fare parte della Scienza.

Dopo avere descritto e definito la realtà, individuato leggi scientifiche e posto teorie temporanea-mente verosimili che giustifichino quelle leggi, l'uomo osservatore tenta di comprendere l'intero universo osservabile creando sistemi di modelli coerenti sempre più vasti e completi che costitui-scono un campo di conoscenza.

Un campo di conoscenza che comprenda una struttura di leggi valide e di teorie non ancora falsificate, forma un sapere scientifico, una scienza.

"La" scienza è il più ampio, completo ed organizzato campo di conoscenza con il quale l'uomo cerca di comprendere il mondo.

Poiché questo si presenta troppo complesso per poter essere compreso globalmente (almeno con gli strumenti fino ad oggi disponibili), la conoscenza scientifica si è sviluppata attraverso scienze particolari, ciascuna delle quali pone leggi e teorie per descrivere e spiegare una porzione dell'universo osservato.

Ogni scienza differisce dalle altre in quanto indaga oggetti diversi o - quando osserva oggetti già analizzati da altre scienze - li considera secondo dimensioni differenti.

 

Verità e falsità di teorie

Una teoria T è una congettura relativa ad un fenomeno F, che sta alla base di un condizionale, che si fonda sull'inferenza dell'implicazione:

Se T, allora F (T®F, oppure T implica F).

L'implicazione è falsificata solo a condizione che, asserita vera T, F sia falso. Cioè:

Se non F, allora non T.

In ogni altro caso l'implicazione è verificata; anche se T non fosse vera, potrebbe comunque essere osservabile F; l'osservabilità di F, cioè la sua verità, non verifica la congettura, mentre, al contrario, la sua non osservabilità la falsifica irreversibilmente.

In ogni caso, un teoria non può mai essere accertata vera per inferenza induttiva a seguito di ripetute osservazioni di F postulato da T, in quanto, indicando con N il numero dei casi in cui la generalizzazione è stata verificata, per quanto grande sia N, rispetto agli infiniti casi possibili, la probabilità statistica (p) della verità della generalizzazione risulterebbe: p = N/¥, che, ovviamente, non tenderebbe mai alla certezza.

 

Il giudizio e i suoi fattori determinanti

Il giudizio è momento ineliminabile del processo di cognizione; giudicare significa associare ad un oggetto, ad un comportamento o ad un evento, una qualità che ne favorisca il riconoscimento per la sopravvivenza del sistema cognitivo.

Il giudizio può assumere almeno tre forme:

1) giudizio osservativo, o convincimento, che si esprime quando riconosciamo un oggetto o un evento o un fenomeno, individuandone il modello - sia esso descrizione, sia esso definizione - o il nome che lo denota; appare, pertanto, come l'attestazione di un convincimento, necessaria per acquisire nuova conoscenza, che si esprime nel binomio vero/falso (credo/non credo, ritengo/non ritengo, ecc.);

2) giudizio di verità, o accertamento, che si attua quando si determina la verità di una proposizione dichiarativa; può essere un giudizio di verità empirica o di verità logica; si rivolge ad argomentazioni e a spiegazioni;

3) giudizio valutativo, o apprezzamento, rivolto ad oggetti, per le esperienze sensoriali sentite dal soggetto (giudizio sensoriale), od a comportamenti di altri soggetti (giudizio operativo) e che si traduce nel binomio generale: attrazione/repulsione (buono/cattivo, positivo/negativo, bello/brutto, favorevole/sfavorevole, opportuno/inopportuno, mi piace/non mi piace, anche in tutte le varianti gergali). I giudizi valutativi possono essere:

  • assoluti, quando sono formulati con espressioni che coinvolgono il soggetto giudicante e l'oggetto, come accade nei giudizi sensoriali, estetici od estatici;
  • relativi, quando sono formulati considerando il rapporto di valutazione tra due o più oggetti osservati, come accade nelle valutazioni e negli apprezzamenti comparativi.

Il giudizio valutativo, tanto l'assoluto, quanto il relativo, è necessario per ogni attività umana che implichi scelta ed opinione. È la base di ogni decisione.

I giudizi osservativi sono relativamente oggettivi e possono essere giudicati corretti od errati da un osservatore che esprima un diverso convincimento. Quando si afferma: "(E' vero che) X è A*", si esprime un giudizio osservativo sulla natura di un particolare X, che potrebbe essere errato per un altro osservatore che rilevasse: "Hai sbagliato perché X è B*".

I giudizi valutativi sono eminentemente soggettivi, perché fondati sulla capacità individuale di attribuire un "peso preferenziale" ad un particolare oggetto che porta il soggetto ad esprimersi favorevolmente o meno; per questo, non possono essere mai considerati corretti od errati ma, al più, accettabili o no (condivisibili o meno, opportuni o inopportuni, sensati o insensati, ecc.), da un altro soggetto che esprima un differente giudizio valutativo.

Il giudizio valutativo dipende dal sistema di pesi di valutazione del soggetto giudicante e tale siste-ma è condizionato da alcuni fattori:

  • dalla qualità, dalla quantità e dalla rete delle conoscenze accumulate dal soggetto giudicante (cultura preformata);
  • dal punto di vista del giudicante;
  • dai parametri di valutazione adottati;
  • dallo stato emotivo (stato d'animo) del momento;
  • dalla qualità, dalla quantità delle informazioni specifiche sull'oggetto del giudizio, possedute nel momento in cui il soggetto deve giudicare; le informazioni devono essere verificate, complete e, pertanto, attendibili; il giudizio non fondato su informazioni diventa un pregiudizio; quello basato su informazioni inattendibili è un giudizio infondato; quello enunciato su base di informazioni non corrette, divulgate ad arte da altri soggetti con azioni di sviamento (che con la calunnia diventa arte), è un giudizio sviato.

 

Tipologie di giudizio

Formuliamo un giudizio osservativo, o percettivo, tutte le volte in cui, dopo averlo attentamente osservato, affermiamo che "ll delfino non è un pesce", oppure quando affermiamo: "La radice cubica di 81 è 3", "Ogni uomo è mortale", "La terra gira attorno al sole" e così via.

E' questo il significato di giudizio attribuito da Kant nella sua tradizionale distinzione tra giudizi analitici e giudizi sintetici.

Dopo aver osservato, dopo aver calcolato, dopo avere verificato, sono convinto che il delfino non è un pesce, o che il risultato della radice cubica di 81 sia 3, o che ogni uomo prima o poi debba morire, e così via.

Differente, invece, è la nozione di giudizio valutativo comunemente impiegata tutte le volte in cui affermiamo: "Questa penna è bella", oppure: "E' inutile calcolare la radice cubica di uno", "Questa mela è immangiabile" e così via.

I giudizi assoluti sono espressioni di un apprezzamento su un determinato oggetto che si esprimono ad esempio come: "La Gioconda è un quadro meraviglioso", "Le mele non mi piacciono".

I giudizi relativi, invece, sono di tipo comparativo e si esprimono con proposizioni del tipo: "Queste mele sono migliori di quelle di ieri", "Questo è il quadro più bello del museo", ecc.

In entrambi i casi non si tratta di osservare, ma di valutare.

 

Il processo del giudizio sulle azioni e sui comportamenti

Per sopravvivere in un ambiente competitivo, un sistema cognitivo deve esprimere giudizi rapidi e sensati, non solo su fatti e circostanze, ma, soprattutto, sulle azioni, sui comportamenti, di altri soggetti con i quali interagisce.

Il giudizio valutativo di un'azione deve fondarsi sulle conseguenze (sugli effetti, sui risultati) di essa, giudicati positivamente/negativamente in relazione ai fini (gli obiettivi) dell'azione, ai valori (le motivazioni) e al metodo decisionale seguito (v. Il problema della razionalità di un sistema decisore).

Il system thinking ci offre importanti insegnamenti:

a) è necessario specificare i parametri di giudizio, cioè le dimensioni ritenute rilevanti per la valu-tazione: risorse impiegate, costo, risultato, vantaggi, utilità, sforzo, efficacia, destinatario, e così via;

b) non possiamo limitarci a considerarne gli effetti diretti sui parametri di giudizio, ma dobbiamo valutare anche quelli indiretti che si producono tramite feedback positivi o negativi;

c) non possiamo, di conseguenza, tenere conto dei soli effetti di breve periodo, ma anche di quelli di lungo periodo; non è infrequente il caso di azioni che producono effetti immediati giudicati positivamente che però, in un periodo più lungo, in conseguenza di processi di opposta dinamica, si trasformano in assolutamente dannosi;

d) dobbiamo sforzarci di specificare il punto di vista del giudicante rispetto ad altri soggetti; in ogni azione che interconnette l'attore ad altri soggetti, i vantaggi di quello possono essere giudicati negativamente dal punto di vista di questi; non sempre la somma algebrica tra vantaggi e svantaggi può essere un parametro valido di giudizio.

In relazione al punto di vista, occorre applicare le regole seguenti:

1. il giudizio dev'essere riflessivo: dobbiamo sempre cercare di applicare a noi stessi, di verificare su di noi, lo stesso giudizio che formuliamo per gli altri, applicando gli stessi parametri e rimanendo nello stesso punto di vista;

2. il giudizio deve essere simmetrico: dobbiamo accettare che gli altri, dal loro punto di vista, esprimano su di noi, utilizzando i nostri stessi parametri, lo stesso giudizio che noi esprimiamo su di loro;

3. occorre evitare l'errore di considerare i giudizi come transitivi; se A giudica B come X e B giudica C come X, non necessariamente A deve giudicare C come X.

 

Vantaggi e svantaggi come parametro di giudizio

Consideriamo, per esempio, il problema dell'irrigazione nelle zone desertiche sahariane; tale problema è stato risolto, grazie alla moderna tecnologia, con trivellazioni di pozzi per raccogliere l'acqua profonda che viene poi distribuita, con irrigatori circolari, su ampie superfici che anche dallo Shuttle si possono agevolmente osservare. Tale azione deve essere giudicata positivamente in quanto porta benessere alle popolazioni che vivono in quei luoghi, eliminando il nomadismo, la competizione e le guerre. Ma oggi si scopre che quella forma di irrigazione priva le oasi dell'acqua vitale. Come giudicare?

Le grandi dighe portano effetti positivi sull'economia di una regione; ma nel medio periodo come alterano l'ecosistema? I casi potrebbero continuare.

Il dibattito tra favorevoli e sfavorevoli all'ottenimento di energia nucleare è tale da non lasciare dubbi sulla difficoltà di giudicare senza tenere conto degli effetti positivi - energia a basso costo e illimitata - e negativi - rischi di contaminazione e residui radioattivi da custodire per secoli.

 

La "ruota sociale"

Una particolare tipologia di giudizi, fondata sulla considerazione delle conseguenze dei comportamenti, deriva da quella proposta da Carlo Maria Cipolla, in Allegro ma non troppo (Il Mulino, Bologna, 1988). Ogni comportamento viene qualificato sulla base di tre parametri:

1. vantaggi o svantaggi arrecati all'attore (singolo, gruppo o organizzazione),

2. vantaggi o svantaggi arrecati agli altri (l'organizzazione, la collettività, l'ambiente, ecc.),

3. volontarietà o meno di arrecare vantaggi agli altri.

Se i primi due parametri sono indicati in forma di assi cartesiani, e il terzo con assi aventi stessa origine, ma ruotati di 45 gradi, allora i tipi di giudizio possono essere espressi nei settori di una ipotetica "ruota sociale", strumento per valutare i comportamenti e i soggetti che li compiono (figura 4).

I nomi impiegati per denominare i giudizi sui comportamenti volontari sono derivati direttamente da quelli di Cipolla; gli altri sono di immediata comprensione.

Ecco alcune tipologie:

A - E' intelligente chi, volontariamente, arreca sia vantaggi a sé, sia vantaggi ad altri.

B - È abile, o capace, chi per acquisire vantaggi per sé, pur senza volerlo, procura vantaggi anche ad altri.

E - L'opposto dell'intelligente è lo stupido, che volontariamente, pur di impedire ad altri di avere vantaggi, procura danni a sé.

F - L'opposto dell'abile è l'incapace che arreca danni a sé e, pur senza volerlo, anche ad altri.

D - Chi per trarre vantaggi per sé, danneggia consapevolmente gli altri, è un bandito.

C - Chi trae vantaggi per sé, senza pensare che danneggia gli altri, è un egoista.

H - L'opposto del bandito è l'eroe, che si sacrifica volontariamente pur di arrecare vantaggi ad altri.

G - L'opposto dell'egoista è lo sprovveduto che, senza accorgersene, danneggia se stesso per arrecare vantaggi ad altri.

Purtroppo non è possibile utilizzare la ruota sociale ex ante, per riconoscere ed evitare i soggetti che attueranno comportamenti negativi e per incoraggiare i soggetti che attueranno comportamenti positivi; i caratteri delineati non possono essere attribuiti in anticipo perché ciascuno di noi, indipendentemente dalla cultura e dalle condizioni sociali, può manifestare, a seconda delle circostanze, un comportamento valutabile con l'uno o con l'altro carattere.

 

Figura 4 - La ruota sociale

 

Il problema della libertà di un sistema decisore

Il pensiero sistemico ripropone, in nuova veste, il problema della libertà dell'uomo di decidere del proprio futuro, quindi della sua capacità di autodeterminazione.

Se l'uomo è libero di decidere il proprio futuro, di inventarsi le alternative, allora è arbitro del proprio destino; il futuro è costruito, non predeterminato.

Due sono le prospettive di analisi di questo problema: (1) a livello individuale; (2) a livello colletti-vo.

A livello individuale, può essere posto in una corretta prospettiva il rapporto tra la libertà di decidere il futuro ed il condizionamento dei vincoli che derivano dalla storia passata di ciascun individuo; ciascuno decide il proprio futuro sulla base del proprio sistema di conoscenze, così come si è costituito nel corso della sua storia passata, tenuto conto dei suoi personali caratteri strutturali. Ma, nel decidere il futuro, non c'è dubbio che l'individuo non può ignorare i condizionamenti del passato; la storia passata è continuamente valutata e modifica i pesi di giudizio per le decisioni relative al futuro; ogni decisione adatta il comportamento presente così che, di fatto, decidere il futuro significa attuare un adattamento continuo della storia passata rispetto a quel futuro che si preconfigura, in un caratteristico feedback tra passato, presente e futuro.

Il passato condiziona il futuro; il futuro è deciso dal presente, ma il presente è condizionato dalle attese e dalle decisioni per il futuro (figura 5).

 

 Figura 5 - Feedback tra passato presente e futuro

Consideriamo, ora, il problema della libertà a livello collettivo. Se accettiamo la visione olistica, dobbiamo riconoscere che ogni individuo è sempre elemento di qualche sistema; in particolare, ciascuno di noi compone la base di qualche sistema combinatorio o risulta un organo di qualche sistema organizzato.

Per la definizione stessa di sistema strutturante e strutturato, appare quasi superfluo ricordare che il micro comportamento individuale è fortemente vincolato a quello del sistema. In un sistema, organizzato o combinatorio, nessuno è più libero di agire come meglio desidera; ogni sua azione deve risultare coordinata con quella degli altri individui a lui collegati da vincoli di struttura e da legami organizzativi.

 

Libertà e sistemi organizzati

Se riflettiamo sulla nostra quotidiana esistenza ci accorgiamo facilmente di quanto limitata sia la libertà delle nostre scelte. Siamo inseriti in una ragnatela di relazioni nella rete di processi che ci uniscono ad altri individui. Nessuno di noi è pienamente libero di scegliere l'ora in cui iniziare a lavorare, l'ora in cui andare al ristorante, le persone da incontrare, il mese nel quale fare le vacanze, i ritmi di vita da tenere, la velocità alla quale procedere nelle strade della nostra città.

Tutti i sistemi organizzati sociali hanno, inoltre, un programma di regolazione che tende a mantenere l'organizzazione e ad eliminare o correggere i comportamenti devianti che cercano di spezzare i legami strutturali.

Non è possibile non rispettare gli orari e le procedure di lavoro; non è ammissibile non rispettare le gerarchie; l'ordine istituzionale e strutturale implica una netta riduzione delle libertà individuali; solo quando l'individuo esce dai sistemi organizzati nei quali è inserito, quando si rifugia nella propria casa al mare o in montagna proprio per isolarsi, allora riacquista parte della sua piena libertà.

 

Libertà nei sistemi combinatori

Consideriamo, ad esempio, l'intero sistema economico nel quale operano congiuntamente diversi sistemi combinatori: quello dei consumatori, quello delle imprese e quello formato dalla pubblica amministrazione.

In questi sistemi complessi il comportamento di ciascun individuo (consumatore o impresa) gode, in apparenza, di ampi gradi di libertà: è possibile acquistare o non acquistare, produrre o non produrre, introdurre un'innovazione produttiva o non introdurla e così via.

La decisione individuale di acquistare o di non acquistare, di introdurre un'innovazione o di non introdurla, tuttavia, è condizionata ampiamente dal macro comportamento del sistema.

L'acquisto di un certo prodotto "di marca" può non essere fatto, ma ciò può comportare una riduzione nella considerazione sociale e questo rappresenta una condizione inaccettabile cosicché, quando si innesca un sistema combinatorio ad inseguimento, nel cui ambito gli individui vogliono continuamente migliorare la loro condizione sociale, la decisione di acquistare appare pressoché inevitabile; la libertà potenziale viene condizionata dal vincolo sostanziale rappresentato dal feedback micro-macro tra comportamento individuale e comportamento collettivo.

Analogamente, in astratto, ogni impresa è libera di decidere di introdurre una data innovazione di prodotto, di processo od organizzativa, volta ad aumentare la qualità dei prodotti, oppure la produttività, oppure l'efficienza dei processi; sappiamo, tuttavia, che le imprese sono inserite in sistemi combinatori e che la loro decisione deve essere adottata valutando le conseguenze della non introduzione di tale innovazione; in altri termini, la decisione è condizionata dai comportamenti tenuti dalle altre imprese che, nel loro complesso, producono un macro effetto dovuto all'incremento della qualità, della produttività e dell'efficienza; le imprese che non si uniformano a tale macro comportamento risultano penalizzate in termini di economicità, di efficienza e di redditività.

 

Il problema della razionalità di un sistema decisore

 Il giudizio può anche essere rivolto, anziché agli effetti alla razionalità delle decisioni che sono alla base di un comportamento, di un'azione.

Ogni attività non meramente causata, posta in essere per conseguire dati obiettivi, dal cui raggiun-gimento si ottiene un certo grado di soddisfazione, richiede solitamente un sacrificio e consente di ottenere un beneficio o un risultato (figura 6).

 

Figura 6 - Le attività finalizzate

Se consideriamo l'attività come un processo, possono quantificarsi due indicatori di performance:

indice di efficienza = benefici/sacrifici

indice di efficacia = risultati/obiettivi

Nell'osservare le attività finalizzate possiamo adottare l'ipotesi teorica che l'uomo, in quanto siste-ma cognitivo, agisca sempre in modo razionale, cercando di massimizzare l'efficacia e l'efficienza della propria attività.

E' questa solo un'ipotesi che poniamo a guida dell'osservazione e della spiegazione del comporta-mento umano, soprattutto di quello che si sviluppa nelle organizzazioni e nelle popolazioni; l'ipotesi di razionalità rappresenta, pertanto, un dogma esplicativo, ma è veramente difficile imma-ginare che un soggetto cosciente non cerchi di ridurre al minimo i sacrifici necessari per ottenere dati benefici - o di massimizzare i benefici ottenibili a parità di sacrificio - e che non operi, contemporaneamente, per massimizzare la soddisfazione ottenibile con quei livelli di efficienza.

Quella di razionalità è una nozione relativa che dipende sia dalle conoscenze possedute dall'attore, sia da quelle possedute dall'osservatore sia, infine, dal punto di osservazione.

L'errore più comune è quello dell'osservatore che giudica la razionalità del comportamento di un attore sulla base del proprio stock di conoscenze, anziché ricercare la ratio del comportamento osservato sulla base delle conoscenze supposte possedute dall'attore.

Proprio in considerazione dello stock di conoscenze possedute dall'attore, si può distinguere tra:

1 - razionalità assoluta: l'attore possiede le informazioni complete sul processo e sulla struttura interessate dal proprio comportamento; ogni decisione produce un effetto determinabile; il risultato è deterministico;

2 - razionalità limitata: si introduce il fattore rischio; le informazioni sono incomplete;

3 - razionalità conveniente: l'attore ha deciso il proprio comportamento dopo avere valutato i benefici ed i sacrifici dell'ottenimento di ulteriori informazioni che possano ridurre il rischio.

Relativamente al punto di osservazione ricordiamo che l'individuo vive e opera in gruppi sociali di diversa ampiezza (famiglia, tribù, nazione, ecc.) e che il comportamento razionale nell'ambito di un gruppo può apparire diversamente razionale in un altro. Occorre pertanto specificare il punto di osservazione del soggetto agente e del soggetto giudicante.

 

  

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